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Da Nazareth a L’Aquila, la storia di Nidal

La storia di Nidal, arabo musulmano che, nonostante il sisma, ha proseguito i suoi studi nella facoltà di Medicina dell’Università dell’Aquila.

La historia de Nidal, arabe musulmán que, a pesar del terremoto, continua con sus estudios en la facultad de Medicina de la Universidad de L’Aquila.

Historia e Nidal, muslimani arab që, pavarësisht nga tërmeti, ai vazhdoistudimet në Fakultetin e Mjekësisë në Universitetin e L’Aquila.

The story of Nidal, Arab Muslim who, despite the earthquake, continued his studies at the Faculty of Medicine of the University of L’Aquila.

L’histoire de Nidal, un arabe musulman, qui malgré le seisme, a poursuivi ses études en la faculté de Medecine de l’Université de l’Aquila.

Certi posti sembrano a volte esistere solo nei libri o in televisione. Un posto così è Nazareth. Nidal viene da lì. Ha 23 anni, studia medicina a L’Aquila ormai da quattro anni e ci tiene a dichiarare la sua religione: è arabo musulmano. Confessa che l’Italia gli piace molto e si è da subito trovato bene. È stato incoraggiato da suo zio che a sua volta ha studiato Giurisprudenza a Modena ed è proprio grazie a lui che ha conosciuto la cultura italiana.

È arrivato in Italia quando aveva 19 anni, a Padova ha frequentato l’Istituto Linguistico Bertrand Russel per imparare la nostra lingua italiana ed è stato lì per due mesi. Ha subito avuto un interesse per L’Aquila che offriva 20 posti per studenti stranieri presso la facoltà di Medicina. Quel poco che dell’Italia aveva visto gli aveva suggerito che sarebbe stato meglio studiare al centro Italia, né troppo al sud, né troppo al nord in modo da poter viaggiare anche più facilmente e raggiungere altri posti come Roma, Perugia.

Dopo una lunga preparazione per il test di ammissione, certo di farcela, si trasferisce all’inizio dell’anno accademico all’Aquila e prende casa a Pettino. Tutto sembra filare nel migliore dei modi: viene effettivamente ammesso alla facoltà di Medicina e comincia a frequentare i corsi. «L’Aquila era bellissima – afferma Nidal – e certo il primo anno è stato difficile ma soprattutto per la lingua; è stato un trauma. Seguivo le lezioni ma capivo poco e niente, comprendevo solo fisica e chimica perché erano tutte formule. Per il resto l’università è ben organizzata e i professori si sono sempre comportati bene. L’Aquila mi è piaciuta molto» afferma Nidal con una leggera malinconia negli occhi e nelle parole. Continua a ricordare le prime amicizie, le prime uscite, le prime belle serate. «A Padova sono un po’ troppo razzisti, mentre a L’Aquila non ho mai avuto problemi di questo tipo, mi sono sentito accolto da tutti» racconta Nidal.

Per quanto riguarda l’università racconta di essere sempre stato aiutato e agevolato dai suoi amici e compagni di corso quando all’inizio non capiva nulla. Attraverso questi ricordi si arriva presto a parlare della notte del 6 Aprile: era a L’Aquila e la sua casa non è stata danneggiata particolarmente. Inizialmente lui e alcuni suoi amici non potevano spostarsi dalla città e andare altrove fino a quando, grazie ad un professore di Perugia, hanno avuto un trasferimento in un collegio per i primi giorni per poi ritornare a Nazareth.

Hanno raccontato la loro esperienza ai giornalisti e poi le strade di Nidal e altri suoi amici universitari si dividono. Alcuni si trasferiscono, altri vanno a vivere a Roma, Avezzano, Chieti. L’anno dopo il terremoto «è stato tosto; troppi disagi, troppo tempo perso – afferma Nidal – perché facevo su e giù da Avezzano, ma ho superato anche questo momento. Sono tornato a vivere qui perché sono legato a L’Aquila, qui ho la mia vita, i miei amici, i miei legami. Oggi è cambiata ma si sta bene comunque, prima offriva molto di più. Oggi è difficile spostarsi, uscire, ma non impossibile» conclude Nidal. Parole quasi familiari. Se Nidal così come tutti gli altri studenti fuori sede sono rimasti un motivo valido c’è. Mentre si cerca di capirlo la città potrebbe e dovrebbe ringraziare chi la sceglie con coraggio.

di Luciana Paciullo

da “Ricostruire Insieme”  – Numero 3 – aprile 2012
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