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Accordo di integrazione

Oliviero Forti, responsabile dell’Ufficio Immigrazione della Caritas, propone una riflessione sulle nuove norme che regolano il permesso di soggiorno.

Oliviero Forti, kreu i Zyrës i emigracionit të Caritas italiane, ofron një reflektim mbi ligjet e reja që rregullojnë lejen e qëndrimit në Itali.

Oliviero Forti, head of Caritas in Italian Immigration Office, offers a reflection on newrules which govern the residence permit.

Oliviero Forti, responsable de la Oficina Inmigraciòn de la Caritas Italiana hace algunas reflexiones sobre las nuevas normas que regulan el permiso de estadía.

Oliviero Forti, responsable du Bureau de l’immigration à la Caritas italienne, propose un moment de reflexion sur les nouvelles loies qui réglementent les permis de sejour.

Lo scorso 10 marzo è entrato in vigore il nuovo “Accordo di Integrazione” come strumento offerto agli immigrati che scelgono di vivere nel nostro Paese per avviare il proprio percorso di integrazione. Come è stata accolta questa novità?

Innanzitutto, occorre contestualizzare l’accordo: esso nasce sotto il Governo Berlusconi e quindi in un momento storico in cui l’immigrazione era percepita in modo diverso rispetto al momento attuale e quel che in noi suscita maggiori perplessità è il dover collegare l’ingresso a dei “punti” sino ad arrivare all’espulsione dell’immigrato in caso di mancato raggiungimento dei vari obiettivi entro due anni. Lo spirito della norma convince poco: sembra più un percorso ad ostacoli che un patto per una vera integrazione. La vera integrazione la consideriamo come un accordo che, come ogni patto o contratto, preveda degli impegni reciproci, ma qui nulla sembra sia previsto in caso di inadempienza da parte dello Stato: questo accordo sembra a “senso unico” e pertanto viziato all’origine! Detto questo, ci adegueremo alla legge mettendo a disposizione i locali Caritas da adibire a questi momenti di prima formazione.

E non è forse già prevedibile che, stante l’evidente disparità di “cultura” tra le varie regioni e città d’Italia, i “malcapitati” di turno potrebbero subire ulteriori discriminazioni in virtù della scelta del luogo in cui avranno deciso di vivere?

È evidente che l’Italia, per le sue specificità, presenta contesti più accoglienti e contesti che lo sono meno; non esiste un modello cui ispirarsi, né sarebbe utile cercarne uno. Quello dell’integrazione è un processo molto fluido in cui confluiscono indicatori di carattere oggettivo e soggettivo: paradossalmente molti dicono che al Sud si sentono più “integrati” perché c’è meno pressione psicologica, meno timore che sbagliando si possa incorrere in chissà quali conseguenze; così come al Nord a molti bastano “casa e lavoro” per sentirsi integrati. Qualche settimana fa sono state consegnate le firme raccolte per la proposta di legge popolare per una nuova legge sulla cittadinanza. La cittadinanza può essere di agevolazione per l’integrazione? Storicamente si interpretava la richiesta di cittadinanza come traguardo di integrazione; ora invece la cittadinanza è un elemento che solo in alcuni casi va ricondotto ad essa. Le persone devono sentirsi integrate per la propria particolarità e in quanto cittadine di una determinata città, anche perché solo così la diversità viene effettivamente riconosciuta. L’integrazione ci deve essere indipendentemente dalla cittadinanza.

In base alla sua decennale esperienza nel campo dell’immigrazione, quali sono le azioni per favorire una vera integrazione? Nello specifico, poi, in un contesto così “sospeso” come quello aquilano?

Per quel poco che conosco, L’Aquila è un contesto ancora più complicato di altri e la maggior parte degli aquilani ha davanti a sé una ricostruzione incompiuta ed una prospettiva di vita in qualche modo “viziata” da quell’evento tragico. Mettere testa, pertanto, su grandi processi sociali come quello dell’integrazione dei migranti significherebbe per me chiedere un po’ troppo a queste persone! Io non mi faccio illusioni, mi sento parte del movimento in atto ma sono consapevole – per me che lavoro da quindici anni su questo tema – che ci sono stati cambiamenti di stile di vita, ma sono stati piccolissimi passi. Bene quindi che ci sia un movimento in tal senso, che poi questo diventi un sentire comune significherebbe aggiungere ai decenni che dicevo altri decenni! Accordo a “senso unico”

Intervista a cura di Erika Cioni

da “Ricostruire Insieme”  – Numero 2 marzo 2012
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