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Per un servizio immigrazione ed educazione alla mondialita'

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Il lavoro nero non è solo quello che solitamente definiamo come lavoro prestato al di fuori della normativa contrattuale, ma investe una più ampia sfera di situazioni in cui solitamente a rimetterci è il lavoratore, soprattutto se immigrato. Ad essere coinvolti non sono solamente gli immigrati clandestini, ma anche chi possiede un regolare permesso di soggiorno, dal momento in cui dal contratto di lavoro dipende la permanenza stessa nel Paese e quindi la possibilità di rinnovo del permesso stesso.

Per gli immigrati irregolari è più facile trovare lavoro, ma si tratta quasi sempre di lavoro nero, pagato meno e con turni più pesanti. Lo rivela l’indagine «Sicurezza, lavoro nero, immigrazione», condotta da Tito Boeri per la Fondazione De Benedetti e l’Università Bocconi di Milano. «Gli immigrati irregolari continuano ad arrivare in Italia perché sanno che troveranno lavoro, anche se in nero», spiega l’economista. «D’altro canto molti datori di lavoro sanno che a loro possono chiedere turni più pesanti pagandoli meno, mentre la probabilità di una sanzione è molto bassa. E sanno anche che prima o poi arriverà una sanatoria».

Si spiega proprio con il lavoro nero, secondo Boeri, il dato relativo alle morti bianche, che aumentano fra gli stranieri (+8% dal 2005 al 2007) e calano fra gli italiani. Anche il presidente dell’Inail, Marco Fabio Sartori, aveva rimarcato quest’anomalia durante la presentazione dell’ultimo rapporto infortunistico 2008. «L’incidenza infortunistica è più alta tra gli stranieri», ha detto Sartori, «perché questi lavoratori vengono spesso impiegati in settori più a rischio, caratterizzati da una forte componente manuale ma senza un’adeguata formazione professionale ».

Molte forme di lavoro nero sono ben visibili nel settore dell’edilizia, dove lavorano tanti migranti provenienti da differenti paesi di origine. Le verifiche effettuate da parte dei vari Ispettorati del lavoro hanno nel tempo portato i proprietari delle ditte ad escogitare nuove strategie per eludere i controlli, senza naturalmente prendere in considerazione la possibilità di regolarizzare i lavoratori all’interno dei propri cantieri.

Come viene reclutata, innanzitutto, la manodopera a basso prezzo? La figura che svolge questo compito viene comunemente chiamata caporale. Il caporale è colui che si occupa di ricercare personale per la ditta. In ogni città il caporale agisce con modalità e in luoghi differenti a seconda delle situazioni, anche se, trattandosi spesso di sfruttamento di manodopera clandestina, i luoghi di ritrovo devono essere poco visibili e nascosti agli occhi della città in cui opera. Fino a poco tempo fa il caporale era solito reclutare i lavoratori agricoli all’alba, in alcuni luoghi prestabiliti. La contrattazione delle modalità di lavoro per l’intera giornata avveniva direttamente lì. Questa strategia, in molte città, è ormai superata poiché questi luoghi d’incontro, nel tempo, sono cominciati ad essere troppo visibili agli occhi dei passanti che si trovavano nelle vicinanze. Ma il fatto di non vedere più i cosiddetti «furgoni della vergogna» non significa di certo che il fenomeno sia esaurito. I caporali ora si incontrano nei bar, in posti più protetti, e contattano i lavoratori attraverso l’uso dei telefoni cellulari, specialmente scambiando sms che permettono, almeno per il momento, una riservatezza maggiore. Infatti è attraverso i messaggi che si perfeziona l’accordo rispetto all’ora in cui trovarsi, il prezzo per la giornata, il cantiere da raggiungere.

Fino a qualche anno fa gli operai clandestini, nonostante fossero disposti ad affrontare rischi e pericoli, avevano almeno la certezza di avere una paga, anche se misera, insignificante, appena sufficiente per mangiare. Ora la situazione è peggiorata perché i caporali e i proprietari delle ditte hanno imparato a sfruttare la Legge Bossi-Fini a proprio vantaggio. I clandestini, per mesi, non ricevono la paga, e quando la reclamano per rivendicare i loro diritti la risposta è lapidaria: «Non ti pago e se vuoi denunciami pure», il punto è che se si è senza permesso di soggiorno si è esposti all’espulsione, così pure se si lavora a nero e si denuncia il datore di lavoro. Risulta più conveniente pagare sanzioni piuttosto che risarcire ai lavoratori le cifre che realmente spettano loro per il lavoro svolto.

Le tutele offerte vanno a vantaggio dei datori di lavoro più che dei lavoratori, come d’altronde era già chiaro ormai da tempo. Non è tutelato il lavoratore, né che si tratti di clandestino, né di straniero regolarmente soggiornante in Italia. Le nuove strategie che i datori di lavoro adottano e inventano con una regolarità quasi impressionante, negano la possibilità di condizioni di vita decenti. Soprattutto considerando il fatto che tantissime imprese edilizie vivono proprio grazie a questi lavoratori.

Alcuni esperti della materia sostengono che il problema è che fino a quando il soggiorno nel nostro paese sarà vincolato ad un contratto di lavoro, i vari aspetti del lavoro nero continueranno ad evolversi ed i datori di lavoro ad inventarsi nuove strategie per aggirare la normativa presente. Fino a quando esisteranno persone che possono essere ricattate usando la legge ci saranno forme di sfruttamento. Fino a quando non ci sarà il diritto di difendersi assisteremo alle diverse forme di schiavitù moderna.

(di Olimpia Cucchiella)

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Un progetto informativo a cura del coordinamento Ricostruire Insieme costituito da:

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