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Per un servizio immigrazione ed educazione alla mondialita'

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L’articolo 18 del Testo unico vigente in materia d’immigrazione (d.lgs.286/98) prevede che venga accordato un permesso di soggiorno per protezione sociale alle vittime del trafficking, ossia della tratta di esseri umani: tale permesso può essere rilasciato anche in assenza di denuncia da parte della vittima, tramite l’intervento di organizzazioni umanitarie. Questa particolare forma di protezione è stata concepita ed applicata essenzialmente alle vittime dello sfruttamento della prostituzione, permettendo a volte di conseguire dei risultati importanti.

Per contrastare la moderna schiavitù rappresentata dal caporalato bracciantile è importante che venga esercitata una pressione e una sensibilizzazione nei confronti delle forze politiche e del legislatore, affinché la forma di tutela umanitaria prevista ex articolo 18 venga estesa (valutazione tratta dal sito Meltingpot).

La XI Commissione della Camera ha svolto un’ampia ed articolata indagine conoscitiva sul lavoro nero, il caporalato e lo sfruttamento di manodopera straniera. Il documento finale approvato nella seduta di maggio 2010 individua una serie di possibili interventi volti a fronteggiare tali fenomeni. Sono intervenuti rappresentanti delle parti sociali (quali Cgil, Cisl, Uil e Ugl), delle associazioni di categoria dei settori maggiormente coinvolti (Ance, Coldiretti, Confagricoltura e Cia), di enti previdenziali e assistenziali (Inail e Ispema), di istituzioni, anche pubbliche, e centri di studio, ricerca e statistica (Istat, Censis ed Eurispes), di associazioni che agiscono nel settore del volontariato (Caritas e Medici senza frontiere), nonché del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro (Cnel).

In un momento di crisi come quello attuale, la Caritas auspica un prolungamento del periodo di permanenza in Italia per la ricerca del lavoro (attualmente chi perde il suo impiego può rimanere in Italia con il permesso di soggiorno solo per sei mesi, poi è costretto a tornare al suo paese o a divenire irregolare). Ciò vale soprattutto con riferimento a contesti particolari, come ad esempio L’Aquila, dove molti immigrati, oltre a dover scontare le gravi conseguenze dell’evento sismico, hanno di fatto perduto il lavoro, la casa e, pertanto, anche la possibilità di rimanere nel territorio regolarmente.

Si riconosce, infine, che il problema del disagio sociale e del lavoro nero coinvolge al sud in modo drammatico non soltanto gli immigrati, ma gli stessi lavoratori italiani. Il presididente della Camera, Gianfranco Fini, ha presentato i risultati dell’indagine conoscitiva condotta dalla commissione sui fenomeni del mercato del lavoro, dal lavoro nero al caporalato, allo sfruttamento della manodopera straniera. Il presidente della Camera sottolinea l’importanza di favorire un corretto incontro tra domanda e offerta di lavoro straniero ed investire particolarmente sulla regolamentazione delle forme di impiego della manodopera straniera. Contro il dramma del lavoro nero non bastano le regole sui flussi migratori. Il documento conclusivo dell’indagine invita la politica e il mondo del lavoro a investire particolarmente sulla regolamentazione delle forme di impiego della manodopera straniera. «Ed è un invito», ha sottolineato Fini, «che io considero di grande rilievo». Secondo Fini, «si tratta di temi che non possiamo far finta di non vedere: la politica deve comprendere queste dinamiche, facendosi carico di affrontare i problemi che sono sotto gli occhi di tutti».

Nel campo dei rapporti di lavoro la tutela contro atti di discriminazione a base etnica o razziale è stata assicurata più dall’intervento dei giudici ordinari che hanno applicato la normativa vigente in tema di lavoro, piuttosto che richiamarsi alla specifica normativa contro la discriminazione contenuta negli articoli 43 e 44 del Testo unico. Le sanzioni legate al lavoro nero sono fissate dalla legge 248 del 2006 in particolare all’art. 36 bis «Misure urgenti per il contrasto del lavoro nero e per la promozione della sicurezza nei luoghi di lavoro». Tale norma stabilisce una sanzione amministrativa pecuniaria da € 1.500 a € 12.000 per l’impiego di personale non risultante dalle scritture o altre documentazione obbligatoria, cui poi viene aggiunta una maggiorazione di € 150 per ogni effettiva giornata di lavoro irregolare. La Corte costituzionale ha poi modificato tale legge ed ha affidato la competenza del lavoro nero alla Direzione provinciale del lavoro.

Dal 1° gennaio 2008 è in vigore la legge federale sulla lotta contro il lavoro nero, con cui gli organi di controllo possono applicare in modo più efficace le prescrizioni dei diversi testi di legge (per esempio in ambito fiscale, dei contributi sociali e del diritto in materia di stranieri) e di punire più severamente le violazioni.

Nessuna garanzia è dunque applicata alle vittime di questa forma di moderna schiavitù. Speriamo che le conclusioni contenute in questo documento della Camera, non rimangano solo sterili parole messe nero su bianco ma, si traducano e, anche al più presto in norme (anche penali) che possano eliminare questo odioso fenomeno di cui la nostra bella Italia è piena.

(di Olimpia Cucchiella)

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