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Per un servizio immigrazione ed educazione alla mondialita'

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Vivendo in un immenso cantiere a cielo aperto capita di domandarsi se sia tutto in regola, se ogni operaio goda di una assicurazione, se ogni appalto – visti i recenti sviluppi giudiziari legati al G8 – sia stato affidato nel rispetto delle norme. Ogni volta che uno di questi argomenti viene fuori discutendo tra cittadini aquilani e con chi lavora nella ricostruzione pare come aprire un vaso di Pandora, bastano poche domande, poche affermazioni per scoprire un mondo celato e taciuto.

Alla mensa Celestiniana incontriamo Mohammed (nome di fantasia, come tutti gli altri in questo articolo), ragazzo marocchino, regolare in Italia da tanti anni, venuto all’Aquila dal nord in cerca di un lavoro, dato che da poco ha perso il suo. «C’è la crisi, non c’è più lavoro, vai in Abruzzo, lì c’è lavoro per tutti!», così gli è stato detto da datori di lavoro e da suoi conterranei. Da due settimane è all’Aquila ed ogni giorno fa il giro dei cantieri. Mi racconta che si viene assunti per caso, alla giornata, dipende dalla fortuna. «L’importante è dire di essere dell’Aquila, o almeno di avere una sistemazione, altrimenti non ti prendono».

Così spesso dormono in ricoveri di fortuna, in casa abbandonate, dentro la loro auto, cercano di riposare come possono. Vivendo, però, in queste condizioni e lavorando in un cantiere, sono più esposti degli altri al rischio infortuni e senza poter godere dell’assicurazione che gli spetterebbe. Mohammed mi racconta che una beffa che capita di frequente, in queste condizioni lavorative, è che spesso non si è neanche pagati, «l’impresa ti dice di passare domani per i soldi, ma poi se ne va, prende un altro cantiere e chi viene da fuori non sa neanche come ritrovarla».

In un bar incontriamo Marco, Gino e Federico, lavoratori campani che da qualche mese prestano i loro servigi alla ricostruzione della nostra città. Dicono di venire tutti dal Casertano. Sono venuti per lavorare in una ditta aquilana grazie all’intermediazione del geometra, campano anch’esso. Lavorano in nero, ma non si lamentano, mi dicono che dalle loro parti non avrebbero mai guadagnato 100 euro al giorno, più vitto e alloggio. Viene loro persino rimborsato il carburante, ma in taniche di benzina, non in buoni. Secondo loro qui all’Aquila, «la maggioranza dei lavoratori è in nero, ma come lavorare altrimenti? Così le ditte ci fanno i soldi, ma almeno noi possiamo guadagnare un poco di più, giusto per viverci». Dicono che è normale che si lavori in nero, i soldi per la ricostruzione sono pochi e bisogna riuscire a lavorarci. Inoltre, «l’offerta di lavoro è, sì, grande, ma la domanda di lavoro è almeno 10 volte tanto».

Diventa un obbligo sentire, dunque, l’altra parte in causa: gli imprenditori. Il signor Carlo fa al caso nostro, un piccolo imprenditore aquilano, uno che vive la ricostruzione non solo come affare economico ma anche dal punto di vista emotivo. La sua ditta è piccola ma rispettata e conosciuta nell’Aquilano. Il signor Carlo dopo il sisma dice di essere diventato sostenitore dell’attività del governo, «almeno loro hanno fatto qualcosa, se ci fosse stata la sinistra starebbero ancora decidendo di che materiale fare la case», afferma. La conversazione è lunga e animata, parliamo di vari argomenti, ma alla fine l’imprenditore mi spiega quali sono, secondo lui, le cause che creano un sistema che ha bisogno di tanto lavoro nero.

La prima ragione è legata alle piccole imprese, come quella di Carlo, che prendono appalti dalle grandi ditte, i cosiddetti “cottimisti”. Molte di esse, che siano del nostro territorio o di fuori, pur di accaparrarsi l’appalto, offrono il loro lavoro a prezzi eccessivamente ribassati. «L’importante è prendere più appalti possibili», dice Carlo, «si presentano il primo giorno con operai assunti regolarmente ed il seguente con lavoratori in nero, tanto sono tutti stranieri, mica ci si può metter a riconoscerli a uno a uno». La seconda causa è proprio legata a queste grandi imprese che, pur di lucrare, non controllerebbero sufficientemente a chi affidano i loro subappalti e le persone che lavorano nei loro cantieri. L’importante è il profitto, dunque appaltare a chi offre i prezzi più bassi possibili.

L’ultimo punto è legato ai controlli, quelli istituzionali. Secondo il signor Carlo tali controlli sono presenti, numerosi e continui durante tutto l’arco di riparazione di un edificio. Il problema è che sono eseguiti principalmente su ditte aquilane, su ditte note, su quelle che hanno operai assunti regolarmente. Sarebbero, dunque, controlli solo legati alla normativa vigente in ambito edile. «I veri controlli alle grandi ditte, i veri controlli sugli operai che ricostruiscono la nostra città in nero non si fanno», sbuffa Carlo. «Ma purtroppo è normale, sono 35 anni che faccio questo mestiere, il sistema è sempre stato e sempre sarà così», e conclude, «non pensate che un articolo di giornale possa cambiare le cose».

(di Alessandro Gioia)

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Un progetto informativo a cura del coordinamento Ricostruire Insieme costituito da:

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